Parigi 2°

Il fil rouge del mio secondo giorno parigino non é stato rosso, ma bianco giallo nero e viola, i colori che dalla città sono rimasti a fine serata attaccati sul mio vestito.
Dopo ogni pioggia la pietra calcarea del Sacré-Cœur diventa sempre più bianca come le sue candele, mentre risplende all’interno il giallo oro dei mosaici e le vetrate gli fanno eco con riflessi viola.
I miei passi sulle orme degli artisti a Montmartre si arrestano davanti ai portoni neri di Erik Satie, di un cineteatro di cui sento la mancanza e di ciò che resta del Bateau Lavoir, il labirintico edificio dove tutti i pittori a inizio 900 hanno vissuto mentre Picasso dipingeva le “demoiselles d’Avignon”.
Attraverso l’insegna viola e mi sembra di partecipare al ballo del più grande dipinto impressionista “Le Moulin de la Galette” di Renoir e non importa se in realtà non è veramente quel mulino perché ormai sono già dentro la “Maison Rose” di Utrillo, e questa è autentica, come gli occhi neri di un pittore che incrocio al di là del vetro del suo atelier, che sembrano guardare preoccupati i turisti che comprano caricature e veloci e dubbie pitture.
Tutti toccano il seno – per questo da nero diventato giallo consumato – di Dalida che qui si suicidó e poi lasciano il proprio ti amo bianco su nero in tutte le lingue del mondo sul muro dei je t’aime.
Passando dai fiori viola a lato della fiamma per il milite ignoto sotto l’Arco di Trionfo mi perdo nel bianco ingiallito delle pagine mai troppo lette dei libri usati dei bouquinistes lungo la Senna e nel nero della notte mi ritrovo impigliata nella griglia di ferro ora giallo-luce della Tour Eiffel che compete con la luna in lontananza.
Noncurante delle mie vertigini decido di salire fino al sommet, ed è affacciandomi giù sulla città che ritrovo in un colpo solo tutte le sfumature di bianco giallo nero e viola della Ville Lumière appiccicate per sempre sul mio lungo vestito.

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