Quella che è pesante

Io sono quella che è pesante

Fin da bambina sono stata etichettata come “una pesante”: perché non mi accontentavo mai della prima risposta e volevo sempre scendere nel cuore di tenebra, nel nocciolo dell’esistenza. Oggi non mi sento più fuori luogo e con fierezza rivendico il mio diritto di vivere visceralmente: le amicizie, la famiglia, l’amore. Amo la leggerezza, ma penso che i sentimenti meritino salde radici. Nel mio mestiere, che è quello di burattinaia, ho applicato il medesimo rigore. Lo stereotipo in cui spesso mi imbatto è che questo lavoro sia infantile, perché ha a che vedere con l’infanzia. Ma è esattamente il contrario: proprio perché ha a che vedere con l’infanzia, è necessaria una particolare profondità di contenuto, perché l’infanzia non è affatto una fase della vita spensierata, priva di preoccupazioni. I bambini non sanno ancora dare un nome alle loro emozioni e il loro benessere non dipende esclusivamente da loro stessi, ma dagli adulti che li circondano. Spero che il mio mestiere possa aiutare i bambini a non perdere il sentiero nel bosco. Spero possano aiutarli a trovare la strada di casa. Quando ho cominciato questo lavoro avevo 23 anni. Il mondo dei burattini tradizionali è un mondo fatto di uomini e di maschere maschili. All’inizio pensavo che, non essendo un uomo, non avrei mai potuto fare per davvero questo mestiere, se non affiancando un uomo. Non mi riconoscevo in quel teatro così maschile, in cui o dovevo fingermi uomo o dovevo recitare risicatissimi ruoli femminili.

Ho dovuto mettere i burattini in valigia per sei anni e ricominciare tutto da capo per poter trovare una strada alternativa al teatro di burattini tradizionale. Oggi, dopo 15 anni di mestiere, ho creato un repertorio che riflette il mio sentire; quindi anche la mia femminilità e la mia “pesantezza”.

 

 

Mi chiamo Margherita Mangiafoco Cennamo Ghazvinizadeh e sono nata una mattina di ottobre del 1979. Mia madre aveva solo 20 anni e ci ha messo un’intera notte a farmi nascere. Non aveva nessuno vicino a sè, se non un’ostetrica che la minacciava. Sua madre era morta da pochi mesi. Per tutta l’infanzia ho avuto la testa fra le nuvole, poi è cominciata l’adolescenza, mi sono iscritta al liceo classico perché mi piaceva leggere e perché ero brava a scrivere. Ho finito la scuola a forza di calci nel sedere, senza capire mai la motivazione profonda di quel che studiavo; poi mi sono ritrovata nel mondo, e non sapevo che strada prendere. Ho studiato per un po’ cinema perché mi piaceva sognare con i film, poi sono capitata alla scuola per burattinai presso il Centro di teatro figura “Arrivano dal Mare” di Cervia e ho capito che quello era ciò per cui ero predestinata. A trent’anni mi sono laureata presso la Facoltà di Scienze della Formazione con una tesi in letteratura per l’infanzia e quello è stato per me un trionfo perché finalmente studiavo per un motivo serio: volevo lavorare per i bambini. Nel 2009 ho conosciuto Nader, che è diventato mio marito dopo sette mesi. Da dieci anni camminiamo insieme e non ricordo più com’era la vita prima di lui, senza di lui. Nader è un poeta ed un professore. Scriviamo insieme i copioni per i miei burattini, io ideo le storie e lui soffia la polvere di luna che le fa vivere. Insieme abbiamo creato il “Burattinificio” in via G.P. Martini, a Bologna (www.burattinificio.it), un micro teatro di burattini per adulti e bambini. Nel 2016, 2017 e 2018 ho vinto “Ribalte di Fantasia”, concorso riservato a copioni inediti del teatro di burattini e di animazione, ideato nel 1988 dal grande burattinaio Otello Sarzi. Nel 2019 ho vinto il Premio Tina Anselmi, un premio “per valorizzare le competenze delle donne nell’ambito delle professioni (ricerca, imprenditoria, artigianato, cultura e arte)”. Da due anni è arrivata con noi Neve, nostra figlia, la bambina che da tanto aspettavamo, sognavamo.